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(24.06.10)

 Ancora sulla bellezza dei canti

Ogni tanto, delle tante divagazioni che riverso su queste pagine di sfogo, mi scappa qualche espressione che mi fa venir voglia di elogiarmi da solo. Dato che chi si loda s'imbroda, passo direttamente al dunque.

Tempo fa, con uno dei ragazzi della parrocchia, ebbi da riordinare salone e biblioteca parrocchiali: un lavoro molto manuale e molto meccanico. Per qualche misteriosa e sconosciuta ragione, vi era un disordine supremo, frutto di massiccia stratificazione e ineccepibile intrecciamento di numerosi disordini precedenti, sommersi ognuno nei propri rispettivi strati di polvere plurisecolare.

Durante il lavoro cominciammo a cantare. Prima io (fischiettando un motivetto) e poi lui (aggiungendo le parole), e quindi a canticchiare insieme.

Il repertorio non comprese nessuna canzonetta parrocchiale - a meno che non consideriate l'Adoro Te Devote canzonetta parrocchiale.

Raramente ho avuto occasioni migliori per rendermi conto che esistono davvero dei canti liturgici piacevoli anche fuori dalla liturgia.

O meglio: i canti liturgici attualmente inquinanti le nostre parrocchie sono semplicemente brutti.

In teoria, nella liturgia il canto servirebbe a dare un maggior senso di preghiera, di bellezza, di elevazione. In pratica, nelle nostre parrocchie, è una bruttura da sopportare, quando non addirittura una distrazione.

In teoria, il canto liturgico dovrebbe essere bellissimo, maestoso, commovente, tale da far aprire il cuore al mistero. Dovrebbe essere qualcosa che rende ancora più consapevoli di ciò che sta avvenendo nella liturgia. Dovrebbe (e sottolineo ancora una volta il “dovrebbe”) essere qualcosa che fa davvero dire: “chi prega cantando, prega tre volte”.

La crisi della cristianità del nostro tempo è evidentissima dalla bruttura della liturgia, bruttura ampiamente consolidata nel canto.

Il canto liturgico, nella Chiesa di oggi, è generalmente così brutto che bisogna essere proprio ubriachi per cantarlo fuori dalla liturgia (l'ultimo stadio della ciucca è proprio indicato dal cantare canti di parrocchia). Brutto tanto nella melodia quanto nelle parole. Nessuno riempirebbe il proprio lettore MP3 con canzonette di parrocchia.

In teoria (sempre in teoria!) uno che non conosce il cristianesimo, trovandosi ad entrare in una parrocchia cattolica durante una Messa letta (senza canti), dovrebbe restare già a bocca aperta per lo stupore, per la bellezza e la maestosità con cui si celebra il Mistero; figurarsi se c'è il canto (quello degno di questo nome) lì a “potenziare” la liturgia.

Fior di massoni si sono convertiti al cattolicesimo col solo ascoltare il canto di alcune vecchie monache di clausura. Delle vecchie monache, che voce possono mai avere? Certo dovevano essere dei canti diversi da quelli cantati dalle nostre anziane parrocchiane. Diversi per melodia, per stile, per parole, diversi perché erano bellissimi anche per chi non capiva le parole, anche per chi incapace di cantare aggiungeva al coro la sua sommessissima voce con lo spirito di chi non vuole perdersi nulla.

L'attenzione di don Giussani al canto era dovuta proprio all'essere cosciente di questo e di molto più di questo.

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(24.1.09)