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Per gli auguri di un Buon Natale(17.12.09) Per gli auguri di un Buon Natale(15.12.09) El vecio Giacomin (racconto thriller brevissimo)L'era el vecio Giacomin, quello che con un calcio ti smontava lo scheletro e con un altro te lo rimontava a forma di comò. El vecio Giacomin, quello coi calli ai pei e la pelata liscia come un palloncino (e meno male, altrimenti ti avrebbe ripulito ogni volta gli stipiti delle porte, tanto l'era gigante). L'era Giacomin, quello che a carte non lo battevi neanche se le truccavi, quello sempre col camison de canapa ereditato da suo padre, quello che il laoro non lo fermava neanche en metro de neve, quello che per na bela scudela de vin ti sistemava l'armadio.
L'era el vecio Giacomin, quello che regalava un bel calice ad ogni novello sacerdote, e parea che laorasse tutto l'anno solo per spendere così i soldi. Ma un giorno el vecio Giacomin si ammalò. Si ammalò perché ordinavano sempre meno preti (e quei pochi andavano in giro senza tonaca), perché il latino era stato gettato alle ortiche, perché quei bei canti che non sapeva cosa dicessero ma lo commuovevano fino alle lacrime erano stati sostituiti da canzonette. Il curato aveva sfasciato l'adornatissimo altare a muro per far posto a un tavolaccio e a un trono per sedersi al posto del Santissimo, e si vergognava di usare il calice che gli aveva regalato Giacomin.
“El vecio Giacomin l'è drio morir, no l'arfia pù!” mi gridò una sera la Teresina, e andai de corsa a ciamar el curato. Erano anni che Giacomin non andava più alla santa Messa, e poco mancò che rifiutasse il viatico che il curato, infastidito e seccato per la chiamata di emergenza, era stato costretto ad amministrargli. El vecio Giacomin se ne andò in silenzio, con una smorfia di dolore.
Ai parenti restarono vecchie masserizie e pochi spiccioli: quanto aveva di buono lo aveva già donato quatto quatto alle vecchie monache su in collina, chiedendo di pregare perché la Chiesa tornasse ad avere quelle tante vocazioni, quelle tante belle chiese e quei bei canti che scioglievano il cuore, e quelle liturgie dove il sacro lo avvertiva anche chi non capiva niente di latinorum.
Etichette: racconti (13.12.09) Falsa pietà (bastò un solo indizio)(Questa truce pagina si può seguire meglio se in sottofondo c'è “Think About You” dei Guns'n'Roses)
Da bambino fui portato ad un pellegrinaggio organizzato, di quelli che vien riempito un vecchio autobus - per lo più di pie vecchine della parrocchia - e si va a Messa in qualche santuario. Dopo la Messa (eventualmente preceduta e seguita da altri esercizi di pietà), tempo libero per lo shopping turistico e la merenda; infine rientro a casa in tarda sera.
Ero bambino, ero ingenuo. “Andiamo lì, che lì la Madonna è tanto buona”, disse la vecchietta, mentre mia nonna assentiva. Restai a bocca aperta, pensando: perché? Qui è meno buona che lì?
“Andiamo lì, che la Madonna ci farà la grazia di...” Seguì elenco di richieste molto mondane. Perciò mi sentii autorizzato a domandare, come grazia, che i miei si convincessero a comprarmi un bel computer, o almeno un videogioco onorevole.
All'andata, in autobus, i più gareggiavano a chi ostentava il più esasperato devozionismo. Mi ero portato, nella sacca della merenda, un numero di Topolino, ma avevo il terrore di tirarlo fuori, temendo che una vecchietta formato “mamma di Hulk” venisse a strapparmelo dalle mani urlando (con faccione verde): “qui si pregaaa!”
Quando si iniziò il rosario, finalmente furono tutti impegnati, e così potei immergermi nella più gaudente e rilassata lettura di Topolino che si possa immaginare. Il microfono era stato agguantato dalla più agguerrita delle devozionaliste, che quindi inseriva in ogni anfratto preghiere, sottopreghiere, giaculatorie, supergiaculatorie, invocazioni, clausole e pie meditazioni personali. Queste ultime, in modo particolare, furono inflitte nonostante le occhiatacce di alcuni, già seccati per quel rosario detto a velocità di moviola (le persone normali lo recitano in 15-20 minuti, lì sembrava che dovesse durare per tutte le ore del viaggio).
Giunti a destinazione ci fu una fastidiosa serie di devozioni. Fu fastidiosa non per il loro contenuto (chi mai deprecherebbe una Via Crucis?) ma per le condizioni in cui furono svolte: sembravano proprio organizzate in modo da farcele odiare (questo è in fin dei conti uno dei frutti marci del cosiddetto “spirito del Concilio”: aver trasformato la pietas popolare in spettacolino condotto dai più facinorosi, sempre a caccia di un palcoscenico dove farsi notare e da cui infliggere una soffocante bigotteria a coloro che non hanno abbastanza forza di mandarli via).
Di quella via Crucis ricordo le “stazioni”, artisticamente orrende, costate un patrimonio (patrimonio fatto dei soldi dei fedeli). Ricordo di aver raramente visto rappresentazioni così brutte di Gesù. Pareva che l'artista odiasse dal profondo del cuore Nostro Signore.
Ci fu poi l'assalto ai confessionali. Ero piccolo ed ingenuo e perciò ebbi la malsana idea di cedere il mio posto nella fila alla signora Hulk, la vecchina che aveva inondato delle sue pie meditazioni l'interminabile rosario in autobus (ciò che mi aveva permesso di godermi quel numero di Topolino da cima a fondo). La vecchina si trattenne in confessionale per un tempo spropositato, forse un'ora, ed uscì da lì con un volto che tutto era fuorché quello sereno di chi si è liberato dei propri peccati.
Naturalmente fui costretto ad aspettare mia nonna e perciò giungemmo in santuario ad omelia già inoltrata.
Colmo della sfortuna, il predicatore quella sera era particolarmente loquace ed ogni volta che sembrava che stesse per trovare la via per finire, subito apriva un nuovo argomento. Ero piccolo ed ingenuo, e mi domandavo come mai ci fosse tanto bisogno di parlar tanto della pace nel mondo proprio a noi cristiani, che la pace la vogliamo sul serio. Era come predicare a degli interisti che il mondo è nerazzurro, e che il calcio è bello solo perché c'è l'Inter. Per di più pareva che accusasse noi, noi cristiani - me bambino e nonnetta vecchina - di non fare abbastanza per la Pace (e i cattivi signori che vendono armi a gente che le useranno contro i propri fratelli, allora? noi che possiamo farci?)
Dopo la predica riuscimmo a sederci ma... dovemmo di nuovo alzarci in piedi per il Credo, e dopo il credo caddi seduto dalla stanchezza e dai piedi che vedevano le stelle, e invece la nonna restò in piedi perché le Preghiere dei Fedeli vanno acclamate in tale postura. Essendo un'occasione particolare, ognuna delle vecchiette in fila per imporre la propria “preghiera dei fedeli” pensò bene di trasformarla in un supplemento di predica. Mi meravigliò di come il celebrante apprezzasse tutto questo diluvio di chiacchiere sconnesse, e mi sentivo in colpa per essere lì ad acclamare comodamente seduto.
Ma quel che più straziava il mio cuore era vedere quel bellissimo santuario, imbottito di arte in ogni centimetro quadrato, dar spazio a quelle trite banalità, a quel nauseante buonismo, a quell'autocelebrarsi degli autonominati protagonisti della liturgia.
Forse quello fu uno dei rari momenti della mia gioventù in cui stavo seriamente per perdere la fede. Ero piccolo ed ingenuo, ma già potevo pensare: se questa noia è “fede”, tanto vale star lontani dalla Chiesa.
Il paradosso - ciò che in quel caso mi salvò dal tirare una simile conclusione - fu in ciò che vidi dopo la Messa e soprattutto durante il ritorno in autobus. Le vecchine super-protagoniste persero la loro compostezza da militanti naziste e la loro soffocante “pietas alla moviola” per trasformarsi nell'esatto contrario. In autobus raccontarono al microfono barzellette un po' “sporche” o al limite del blasfemo. La cosa mi irritò tantissimo, avrei voluto gridare “e basta!”, ma ero ancora un bambino, piccolo ed ingenuo, e mi chiusi in me stesso pensando ancora al computer e al videogioco (non arriverà né l'uno né l'altro, ma almeno avevo pregato con sincerità).
Quello che doveva essere il colpo di grazia per la mia anima si risolse invece nel suo contrario.
In teoria avrei dovuto gridare a me stesso: se questa “noia” è “fede”, allora non ne voglio più sapere.
Invece -e fu questa la grazia che mi era stata concessa- fu come se avessi gridato: se quelle si comportano così, allora vuol dire che la “fede” non ce l'hanno! Tutta messinscena!
Il che è perfettamente ragionevole. Nel primo caso, si parte da un pregiudizio: pensando che quelle vecchiette conoscano davvero la fede, si finisce per giudicare la fede in base a ciò che loro fanno. Si confonde la fede col comportamento di determinate “fedeli”.
Nel secondo caso, invece, si parte da un criterio oggettivo: esistono tanti modi di vivere la fede, e quello delle vecchiette mostra incompatibilità con la fede stessa. Pertanto ad essere sbagliata non è la fede, ma il loro comportamento di “fedeli”.
Era bastato un solo indizio per capire tutto l'inganno.
Temo che altri -molti altri- siano invece caduti nel tranello, pensando che la “fede” sia quella che ostentano coloro che cercano di apparire cristiani.
Nota conclusiva. Molti anni dopo, trovandomi con altri ciellini in autobus per andare agli esercizi spirituali, mi accorgerò che la gente del movimento è più sana. Non avevo più con me Topolino, ma se lo avessi avuto non avrei avuto da temere nessuna “mamma dell'incredibile Hulk”. Qualcuno, sommessamente, recitava il rosario; qualcun altro chiacchierava; nessuno disturbava. Viaggi piacevoli con gente sana. E di fede. Il torto subìto da bambino veniva ampiamente ripagato.
Etichette: parrocchia (11.12.09) Volucres pennatae
Ci sono gli ucciellacci (nome scientifico: volucres pennatae) e gli ucciellini (nome scientifico: volucres spennatae) e naturalmente io sono uno di questi ultimi.
Etichette: animali (8.12.09) Nun Run!Kirstine, nel 2007, fece il “Nun-Run” con un nutrito gruppo di amiche.
Non saprei tradurre esattamente il termine “nun-run”. In USA indica generalmente “corsa delle suore” (suore che fanno una mini maratona a scopo benefico, se non addirittura gente che corre con un travestimento da suora), ma non è il suo caso.
Quel suo Nun Run (“suora-corri”?) consiste nel prendersi alcune settimane di vacanza per andare a far visita a diversi conventi e monasteri femminili (due o tre giorni in ognuno) per vedere di persona che tipo di vita fanno e farsi un'idea della vita religiosa. E magari anche indagare discretamente (proprio perché si è in gruppo piuttosto che da sole, si può comodamente domandare senza stare al centro dell'attenzione) se in uno di tali ordini religiosi ci si potrebbe passare la vita intera.
Così è stato per Kirstine, che nel suo nun run del 2007 visitò una casa di Passioniste di clausura nel Kentucky e nell'agosto 2009 è entrata da loro.

Commovente la storia della sua conversione (che ho tradotto qui).
Nel loro blog (delizioso, per chi sa leggere l'inglese) ci sono altre foto. All'ultimo nun-run, è andata via la luce e si è fatto un po' buio. Al che le suore hanno approfittato per scherzare con le giovani universitarie in visita: qui quando manca la corrente si bloccano automaticamente tutte le porte... non potete più uscire... dovete restare qui! suor Mary Veronica, suor Rose Marie e Kirstine vi cuciranno gli abiti da suora su misura! (poi, però, hanno partecipato “soltanto” ad un'ora di adorazione eucaristica).
Etichette: parrocchia (6.12.09) Il potere delle immaginiCosa sia il “potere delle immagini” l'ho capito molto tardi, a undici anni di età.
Fu poco prima di Natale. Un parente era venuto a farci visita. Nel congedarsi mi disse: “vuoi venire a sciare a gennaio?”
Oggi so che lo fece per captatio benevolentiae, una frase ipocrita buttata lì per farso bello agli occhi dei miei (ai quali, pochi minuti prima, aveva chiesto un grosso favore).
Quel suo domandare “vuoi venire a sciare?” era perciò come il pallone da calcio disegnato sulla confezione di patatine, che scalda il cuore e propizia l'acquisto. Poco importa che ci sia da vincere un pallone ogni venticinquemila confezioni vendute.
Non ero mai stato a sciare e diffidavo di quel parente, ma non bastò. Quando la parola sciare attraversò le mie orecchie (sortendo lo stesso effetto dell'Incompiuta di Schubert), restai a bocca aperta, immaginandomi lanciato in velocità in una distesa di neve sotto un limpido cielo azzurro.
Tornai alla realtà quando avvertii la chiusura della porta di casa. Certe parole, almeno la prima volta che le sentiamo, evocano immagini a cui non sappiamo sottrarci.
Per diversi giorni mi arrovellai sul non aver avuto la prontezza di rispondere sì a quella domanda, sperando di ricevere di nuovo quella proposta, sperando che si ricordasse, sperando, sperando, sperando... aggrappandomi a quelle immagini che rivedevo davanti ai miei occhi: neve, sci, nevicata, sciare, distesa di neve... (dunque non era uno sperare, ma era un sognare!)
Il sogno era tale da vincere la diffidenza: ero pronto a riconoscerlo come mio benefattore, nelle mie fantasie già elogiavo le sue qualità davanti ai parenti che lo detestavano anche più di me ricordando incidentalmente quanto era stato bello sciare con lui.
Continuavo a fantasticare di neve e di sci, nonostante i miei mi avessero più volte detto di smetterla di pensarci, perché lo zio promette per non mantenere, perché se fosse stata una proposta seria avrebbe almeno telefonato per assicurarsi che avevo l'attrezzatura da neve (se fossimo stati un po' più ricchi, certamente l'avrei comprata). Passavano i giorni, lo zio latitava, e le fantasie cominciavano a cedere il posto alla sensazione dell'essere stato buggerato.
Le fantasie terminarono col ritorno a scuola. Fui perfino costretto ad inventare una miserabile scusa per dire a qualche compagno di scuola che non ero potuto andare a sciare come gli avevo solennemente preannunciato prima di Natale.
C'era stata l'epoca in cui diffidavo di quel parente. C'era stata la breve pausa di una grandiosa aspettativa (un'immagine, un sogno qualificato erroneamente come speranza), aspettativa creata dalla sua ipocrisia e dalla sua leggerezza. E ci fu poi il periodo del disprezzo (nei primi tempi fu vero odio), che perdura ancora oggi.
Il potere delle immagini: un'immagine può cambiarti la vita (non nel senso buono che vorresti). Inseguire un'immagine, vivere in nome di un sogno, cioè seguire un'illusione, dedicarsi ad un'illusione, deificare un'illusione.
Sto parlando di immagini, di sogni: non di “progetti” (qui voglio chiamarli “progetti”), come quello di Cristoforo Colombo che parte alla volta dell'America sulla base di ragionamenti, certezze, esperienze, insegnamenti, congetture in qualche modo fondate.
Un “progetto” può riuscire o può fallire, ma un sogno fallisce sempre. Come diceva Cesare Pavese, c'è una sola cosa peggiore del non realizzare i propri desideri, ed è quella di riuscire a realizzarli.
Ciò che veramente si può definire speranza si può fondare solo su una certezza presente. Tutto il resto è solo sogno, cioè illusione.
Etichette: parrocchia (4.12.09) Liquore di barbabietola (racconto thriller brevissimo)Oh, ma cosa abbiamo qui? Un giovane di Boringhiate! E su, dimmi, è vero che dalle tue parti fanno quel gustoso liquore di barbabietola? Oh, ma ne hai davvero qui una bottiglia? Orsù, dobbiamo assaggiarlo tutti! Forse che in fin di cena, in una sera come questa con tutti insieme qui radunati, noi non si assaggia il liquore di barbabietola? Porta, porta qui, bel giovane, che ti toccherà portarne spesso! Da troppi anni non entrava da noi un giovane di Boringhiate, la città del liquore per eccellenza, confacente al mio stato, il desideratissimo liquore di barbabietola, così raro da reperire! Avrai da portarne spesso, caro mio, perché qui senza quel liquore non potrai andare avanti!
Uhm... tutto qui? Me l'aspettavo alquanto più forte, mio giovane sventurato; hai forse dimenticato chi sono io? Vuoi forse prendermi in giro? Un boringhiatese -ed è tutto dire!- che vuole spacciarmi questo liquorino misero? Il liquore di barbabietole è il più forte di tutti, e tu mi porti questa sciacquatura di piatti? Via, via!
Non fare quella faccia: nessuno può intenerirmi, tanto meno un ragazzotto di Boringhiate. Sarebbe stato molto meglio se nessuno avesse saputo di dove provenivi, sarebbe stato meglio se tu qui non fossi mai venuto! Non temere, non intendo punirti: farai solo un'ora di lavoro in più ogni giorno finché non tornerà a fiumi, su questa stessa tavola, il vero liquore di barbabietole, il più forte di tutti!
Etichette: racconti (3.12.09) Caro ciellino ti scrivo...Caro Ciellino,
innanzitutto i miei più vivi complimenti per il tuo blog. Interessante, intelligente, ben scritto. L'ho visitato per la prima volta mesi fa, stavo cercando in rete informazioni sul movimento.
Ho sempre sentito parlare di CL con ostilità, ma è proprio ciò che ha suscitato in me un estremo interesse. Penso che l'accanirsi da parte di una pluralità di individui contro un comune nemico celi una profonda insoddisfazione di se stessi. Nella maggior parte dei casi si odia qualcosa perché l'oggetto del nostro odio possiede qualità tali da ricordarci quanto siamo imperfetti, poiché in noi quelle qualità mancano. Questa regola è applicabile anche al caso di CL: è criticata da chi, consapevolmente o meno, ne riconosce il valore. Poi c'è una buona fetta di soggetti (i peggiori a mio avviso) che parla male di CL solo perché ne ha a sua volta sentito parlar male. Ignoranza mista ad arroganza...
Fatto sta che tutte queste voci, leggende e stranezze su CL hanno mosso in me una certa curiosità.
Non ho mai conosciuto di persona un ciellino. Ti sembrerà strano, ma è così. Abito in un paesino sperduto e non ho studiato a Milano. Nella mia facoltà non c'erano ciellini, o meglio, nessuno ha mai dichiarato di esserlo. I miei amici guardano ai ciellini con un disprezzo troppo marcato e infantile per essere giustificato. Ma loro non sono nemmeno cattolici... e una volta non lo ero neppure io.
Non so se ti possa interessare la mia storia. Per farla breve, la dinamica è la più consueta: con la Cresima si chiude il capitolo religioso della propria vita, basta messa, basta catechismo, basta preghiere. Si pensa di poter camminare con le proprie gambe, di non avere più bisogno di un Padre. Infine, una volta provato tutto ciò che la vita terrena ha da offrire, ci si accorge di essere stati imbrogliati, ci si guarda dentro e non si vede altro che marciume. A quel punto le strade sono due: o, capendo di avere sbagliato tutto e sentendosi profondamente infelici, si decide di farla finita, o ci si aggrappa a quella roccia che, mentre noi ci lasciavamo trascinare ovunque da ogni corrente, è sempre stata lì fissa in mezzo al mare. Io ho avuto la grazia di optare per la seconda alternativa.
Spero di non averti annoiato o infastidito, il fatto è che negli ambienti in cui mi trovo è raro incontrare qualcuno che capisca il mio punto di vista. Per darti un'idea, la vita che conduco ora è considerata inconcepibile dalla quasi totalità delle persone con cui ho a che fare: è inconcepibile svegliarsi la domenica mattina per andare a messa, ancora più inconcepibile andare a messa quando si è in vacanza; la Bibbia e tutte le letture a carattere religioso sono reputate sterili, puerili o, comunque, tediose; per non parlare dell'abitudine di pregare, vista come pura follia. E questi sono solo alcuni tra gli innumerevoli esempi che potrei fare. Non dimentico, comunque, che la mia concezione dell'esistenza era in passato molto simile a quella di coloro che oggi critico, ma ora mi sento spesso come l'unica persona vedente circondata da ciechi. Mi sento come quel cieco a cui Gesù ha ridato la vista.
Ti chiederai cosa mi abbia spinto a scriverti... avevo bisogno di comunicare con qualcuno che comprendesse la lingua che parlo, intorno a me vedo solo stranieri che non capiscono ciò che dico e ogni tanto si nutre il desiderio di sentirsi a casa. La consapevolezza di scrivere a qualcuno che mi possa capire mi fa realmente sentire a casa e per questo ti ringrazio.
Sapere che esiste un movimento come CL rende viva in me la speranza: è commuovente scoprire che ci sono persone a cui non interessa soltanto la settimana a Sharm, il ponte dell'Immacolata (non per l'Immacolata, ma per il ponte) e via dicendo.
Ora non mi resta che scusarmi per il tempo che ti ho rubato e ringraziarti per avere letto tutta la mia lettera. Con amicizia e stima, ***
Caro Ciellino,
il luogo di lavoro è uno degli ambienti in cui effettivamente emergono gran parte delle divergenze in ambito religioso. È inevitabile domandarsi come sia possibile che a certe persone tanto istruite e preparate manchi quella chiave di volta che è la fede. Si suppone infatti che un individuo dotato di una certa intelligenza, prima o poi nella propria vita giunga a porsi i grandi quesiti dell'esistenza (chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo) senza accontentarsi di rispondersi banalmente che siamo frutto del caso. D'altra parte è altrettanto stupefacente (e incoraggiante) come persone più anziane, che avranno a dir tanto la quinta elementare, si ritrovino ogni giorno per recitare il Santo Rosario con un tale fervore che ha qualcosa di realmente divino (“...hai nascosto queste cose hai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”).
Giusto per rimanere in tema vorrei raccontarti un simpatico aneddoto. Un giorno a pranzo si parlava del bambino di uno dei presenti che dovrà prossimamente fare la prima Comunione. Il genitore sconvolto e con visibile preoccupazione descrive l'entusiasmo per quell'evento da parte del bambino che aveva dichiarato di essere estremamente emozionato all'idea di ricevere il corpo di Gesù. Nella tavolata si diffonde subito la più goliardica ilarità con commenti del tipo: “Attento che prima o poi gli viene una crisi mistica!”. Io personalmente non ho potuto fare a meno di esternare la mia gioia per come un bambino di soli otto anni si accosti con tanta serietà (come è giusto che sia) a questo sacramento. Mi limitai a dire: “Dovresti essere fiero di avere un figlio così sensibile”. È un peccato che questo genitore non si renda conto della propria fortuna e che addirittura consideri la fede di suo figlio come una sorta di anomalia.
Perché è questo il problema di questi tempi. Ormai è lecito che un uomo diventi donna, che un uomo metta su famiglia con un altro uomo e altre simili bestialità, ma la cristianità, per non parlare della stima verso il Papa... no, quelli sono ottimi motivi per cui essere ghettizzati. Ora funziona così. A quanto pare il principio del politically correct è applicabile a tutti, fuorché ai cattolici.
Continuo ad affidare queste mie riflessioni alla Madonna e ciò mi dà un grande conforto perché lei saprà cosa farne. La fede implica la fiducia e quindi un abbandono totale che ci libera dai nostri tormenti.
Penso spesso che una maggiore conoscenza degli studi sulla Sindone possano smuovere qualche cuore troppo indurito. La Sindone è forse la testimonianza più autorevole del fatto che la Resurrezione non sia il lieto fine di una fiaba antica, ma un evento che ha effettivamente avuto luogo: “è più probabile il fatto che esca lo stesso numero al gioco della roulette per 52 volte consecutive, piuttosto che la Sindone non sia il lenzuolo funebre di Gesù di Nazareth”. Se non l'hai già letto, ti consiglio assolutamente “Indagine su Gesù” di Antonio Socci. Non solo per l'ultimo capitolo che tratta appunto splendidamente questo tema (e che sarebbe particolarmente indicato per gli atei convinti e i San Tommaso di turno), ma anche perché offre un'idea più concreta di chi fosse veramente quella figura tanto affascinante che ha lasciato un marchio indelebile nella storia e nelle nostre vite.
Un caro saluto e grazie, *** Etichette: movimento (30.11.09) Rivoluzionari in pantofoleAncora non molto tempo fa si investiva la propria vita in nome di un'idea, di un progetto, di una lotta... Oggi no, oggi siamo un popolo di rivoluzionari in pantofole. Gente che non rischia nulla, se non il poco tempo libero che investe per scrivere il proprio proclama nel mare dell'internet.
E così da un lato abbiamo i difensori del politically correct e dall'altro coloro che sfidano il tabù. Con catene di email, con blog, sui cosiddetti forum... i rivoluzionari in pantofole pensano di poter cambiare il mondo comodamente dalle proprie tastiere e dai propri mouse (i più notevoli rivoluzionari in pantofole sono quelli che inoltrando una mail di allarme a tutti i contatti della rubrica sono convinti di aver salvato il mondo).
Un po' “rivoluzionario in pantofole” lo sono anch'io, con questo mio blog di prediche ed il suo vizio “ciellino” di fondo, cioè presumere che ogni lettore abbia intenzione di ragionare, che ogni lettore sia alla ricerca della verità piuttosto che della soddisfazione del proprio ventre e dintorni.
Sospiro e penso: magari potessi fare qualcosa di più... Poi mi vedo in missione per conto di Dio da qualche parte nel mondo e subito riapro gli occhi: la siesta è finita. La rivoluzione, per ora, la farai ancora in pantofole.
Etichette: parrocchia (29.11.09) Guardatevi bene dai catto-neo/teo-conX è il sottoscritto “ciellino”.
Y è un kattoliko con la kappa, sempre con Il Giornale in bella vista, esperto di tutti i crimini del comunismo (in particolare Stalin e il PD), difensore della Destra (qualunque cosa ciò significhi), fustigatore dei cattolici sedicenti “adulti” (cioè cattocomunisti e affini) ma derisore dell'Estrema Destra (qualunque cosa ciò significhi), feroce avversario del comunislam (qualunque cosa sia vagamente associabile a quel termine) e del nazislamofascismo (qualunque cosa sia vagamente associabile a quel termine) e via “destreggiandosi”.
X: ...vengono affamati, rapinati, massacrati, bombardati con bombe al fosforo... Y: ...ricordati che sono islamici... ricordati del loro modo di vedere le cose... X: ...e questa è una “ragione”? Caro il mio stalinista... Y: ...ah! Stalinista a me? X: ...caro il mio stalinista, l'annientare una categoria di persone... Y: ...stalinista a me? sei diventato cattocomunista?! X: ...l'annientare un popolo solo per il suo “modo di vedere le cose” è esattamente l'opera di Stalin... Y: lancia insulti irriferibili
Cristianisti, cioè quelli che riducono il cristianesimo a dei “contenuti” (culturali, morali, ecc.) da impugnare contro gli altri.
Pensano che l'affermazione del cristianesimo consista nella mera negazione di ciò che certi media indicano come l'anticristianesimo.
Una riduzione del cristianesimo, appunto. Riduzione ad un anti-qualcosa, appunto. Cristianisti, appunto.
Etichette: parrocchia (26.11.09) Voler bene ai figli«Non è mica così che si vuol bene. Guarda, il modo vero di voler bene è che, proprio quando questa tenerezza è intensa, vera e trascinante, umanamente trascinante, dovresti fare un passo indietro, guardarli e dire: “Che ne sarà di loro?”, perché, voler bene è capire che hanno un destino, che non sono tuoi, (sono tuoi e non sono tuoi), che hanno un destino e che è proprio guardando la drammaticità che il destino impone… che tu li rispetterai, gli vorrai bene, sarai disposto a fare tutto per loro, non ti farai ricattare dal fatto che ti obbediranno o no».
(don Giussani ad Enzo Piccinini)
Etichette: movimento (23.11.09) Quei clown da altare Versus PopulumUna delle peggiori trovate della riforma liturgica è stata quel temerario “girare gli altari”.
Dato che la mediocrità è statisticamente più probabile della virtù, in qualunque campo - specialmente quello liturgico - ogni cambiamento finisce per prendere le fattezze dei mediocri. Pertanto il “girare gli altari” ha significato la trasformazione del sacerdote da intermediario tra il popolo e Dio a presentatore-conduttore della trasmissione “Oggi a Messa”.
“Girando gli altari” si è ottenuto in pochi anni di introdurre e consolidare (perfino nelle teste di gran parte dei cattolici) l'idea che la liturgia sia una cerimonia.
Questo gravissimo errore ha dato il segnale di via libera al diluvio di sciatterie e stupidaggini che oggi conosciamo: il sacerdote versus Deum trasformato nel clown-presentatore non ha avuto più remore nel vestirsi di conseguenza (abbandono della veste), nel curarsi di conseguenza (cioè trascurarsi: è raro vedere un parroco pettinato), nel paludarsi di conseguenza (paramenti usati impropriamente e sciattamente)... e nel mescolare preghiere liturgiche col parlato (l'invasione delle miniprediche e maxiprediche ad ogni anfratto della celebrazione, più battute e commenti, più interminabile momento degli avvisi finali).
La sciatteria dei sacerdoti si propaga naturalmente ai fedeli che gli stanno intorno. Per esempio, i ministranti: sempre impreparati, sempre troppi o troppo pochi, vestiti senza criterio. Una volta il gruppo dei chierichetti era il vivaio di vocazioni sacerdotali: oggi è solo un affollamento del presbiterio-palcoscenico, tant'è che anche le chierichette hanno preteso la parità dei diritti.
C'è perciò da meravigliarsi nel vedere che il sacerdote “versus populum” vede i primi banchi sempre più vuoti? I fedeli si siedono il più lontano possibile dal celebrante, come se volessero porre una distanza di sicurezza per non farsi infettare dalla sciatteria.
Etichette: parrocchia (20.11.09) La cosiddetta cultura contemporaneaTrovo sulla pagina principale di un blog questa citazione di Rinomato Famoso Scrittore: Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere d'essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
Se questa è “cultura”, è meglio restare profondamente ignoranti.
Commento quella dichiarazione diabolica: - “Non sono niente”: e allora, il tuo desiderio di felicità?
- “Non sarò mai niente”: cioè non vuoi avere speranze?
- “Non posso volere di essere niente”: cioè bisognerebbe cancellare la propria incancellabile sete di pienezza e di felicità?
- “A parte questo” (questa pianificata autodistruzione), “ho in me tutti i sogni del mondo”. Ma la vita è forse un elenco di sogni?
Come si fa ad essere così tonti ed autodistruttivi? La realtà, infatti, è questa: - Non è vero che sono niente - è il Potere di questo mondo che vuole che io non sia niente
- Non è vero che non sarò mai niente - è il Potere di questo mondo che instancabilmente me lo ripete tentando di convincermi
- Solo chi si è lasciato distruggere accetta di “non poter volere di essere niente” - le persone vive hanno sempre un grande desiderio di felicità nel cuore, di giustizia, di bellezza, di amore, di compiutezza... insopprimibile desiderio!
- Per questo, non valgono niente tutti i sogni del mondo! - poiché infatti noi siamo fatti per desiderare, non per sognare; siamo fatti per vivere, non per illuderci, non per farci illudere!
Etichette: parrocchia (17.11.09) XXX: un po' di trasgressioneBisognerebbe scrivere sul libro del Catechismo (e pure sul Compendio): “XXX - Vietato ai Minori - XXX 100%”.
Così finalmente qualcuno comincerebbe a leggerlo con interesse ed attenzione, se non altro perché così penserà di fare un gesto trasgressivo e alternativo.
Recitare il rosario è già un gesto alternativo e trasgressivo. Ma studiarsi il catechismo è altamente trasgressivo, perché oltre a vincere la mentalità corrente (“ah! vergogna! leggi quelle cose di Chiesa!”), deve vincere anche il pregiudizio del “ma tanto so già”.
(Nota: se parlo così è perché mi rendo conto che tanta gente di buon cuore pasticcia con le cose della fede proprio a causa della coltivata ignoranza della dottrina cristiana).
Etichette: parrocchia (14.11.09) Ah, le croci di un povero ciellino...Prima ci si mettevano solo gli agnostici, ora ci si mette pure un sedicente “ciellino” che in virtù del prestigio acquisito dall'aver partecipato a numerose attività “cielline” (Banco Alimentare, Esercizi della Fraternità e quant'altro) viene a insegnare a me come si deve agire e parlare per qualificarsi “ciellini”. Come se i “ciellini” fossero fatti con lo stampo (che è proprio la critica degli anti-ciellini, cioè quelli che davvero son fatti con lo stampo televisivo).
Il casus belli è il mio commento su un articolo del Corriere dove leggendo tra le righe scopro come minimo un'ingenuità di fondo - e come possibilità una malizia deliberata e compiaciuta - in entrambi i casi funzionale alla captatio benevolentiae nei confronti dei cattolici ed in particolare di quelli del movimento di Comunione e Liberazione.
Ma il movimento serve a crescere nella fede, non a parlarsi addosso su chi ha più o meno prestigio e su quanti e quali titoli di giornali si possono vantare ogni giorno.
E comunque, dato che sono un ciellino “non istituzionale”, posso permettermi di dire la mia. Specialmente quando un articolo (che ai miei occhi ha lo spessore di un trafiletto da giornalino parrocchiale) le spara grosse (magari in buonafede). Per questo mi permetto di fare ironia.
(un fedele saluta): Buongiorno eccellenza! (il vescovo risponde): Putin non diverge da Medvedev! Ciao Piotr! (squilla il telefono): drin! drin! (il vescovo risponde al telefono dicendo): Putin non diverge da Medvedev! Chi parla? Etichette: movimento (12.11.09) La perla nel campo (racconto thriller brevissimo)L'omino col vecchio cappotto impolverato veniva dalla provincia. Avrebbe trovato in centro tanti negozi, e tra le loro luccicanti vetrine avrebbe certamente visto ciò che cercava. Uscito dalla stazione ferroviaria, si aggiustò il cappello e cominciò a percorrere le trafficate vie del centro, stupendosi di quante persone ci fossero in giro a quell'ora: in tarda mattinata, così tanta gente che non lavora? Tanti giovani che non hanno lezione?
Trovò finalmente le vetrine, e già nella prima vedeva in mezzo ad altri più dozzinali l'orologio da polso che desiderava. Ma si era imposto di non fermarsi al primo tentativo, e lungo quasi un'ora esaminò tanti altri negozi, si fermò davanti ad altre vetrine, ma non riuscì a scorgerne nessuno bello come quello della prima vetrina, tondo, con lo sfondo bianco, con le lancette di metallo luccicante, con i soli numeri 3-6-9-12 e una semplice barretta per le altre ore. Tornato alla prima vetrina, lo osservò per qualche attimo trattenendo a stento un sorriso di contentezza. Ebbe un leggero sussulto ai piedi, come spinto da una forza misteriosa che lo spingeva ad entrare in negozio ad acquistarlo, ma si fermò un momento per ricordarsi ancora una volta di aver portato tutto - soldi, carta di credito, perfino il libretto degli assegni. Quell'orologio in breve sarebbe stato suo. Si avviò verso l'entrata, e nel percorrere quei due metri si ricordò di non averne ancora visto il prezzo: il cartellino - che una commessa stava togliendo - recitava qualcosa come un “29” cancellato e un “22” scritto sotto a caratteri rossi.
Chiese al commesso, tradendo un po' di emozione, l'orologio in vetrina. “Un minuto”, chiese il grasso commesso, indaffaratissimo per qualche incomprensibile stupidaggine. La commessa della vetrina gettava il cartellino “29-22” in uno degli ultimi cassetti: accanto all'orologio c'era un nuovo cartellino, a caratteri rossi ancora più grandi, che recitava “78”. Si presentò un commesso ancora più grasso del precedente. L'omino, prossimo a sudare per l'emozione, che già si era sforzato di non far caso al cambio di prezzo, chiese di nuovo cortesemente un orologio come quello in vetrina. Sbuffando e guardando continuamente verso il retro, il commesso gli presentò un orologio come quello, ma aveva tutti i numeri dall'1 al 12. L'omino chiese gentilmente di averne uno identico a quello della vetrina, ma il commesso tornò stavolta con un orologio che aveva sì i numeri 3-6-9-12 e lo sfondo bianco, ma le lancette erano smaltate in blu notte. L'omino, ancora gentilmente, chiese di averne uno esattamente uguale a quello della vetrina e il commesso, sbuffando ancora più frequentemente, estrasse da un altro cassetto del fondo un orologio simile, ma non identico: lo sfondo era color crema, ed aveva anche due insipidi piccoli quadranti in più.
L'omino, al limite della pazienza, con gentilezza ancora sincera domandò di nuovo un orologio esattamente come quello in vetrina oppure, se proprio non c'era, andava bene anche quello esposto in vetrina. L'esperto in sbuffi, domandandosi a mezza voce che cosa ci fosse mai di tanto grave in differenze che nessuno vedrebbe mai, chiamò la commessa e le indicò il modello in vetrina, apostrofandolo con un nome indicibile che colpì l'omino peggio che un calcio nel ventre. La commessa, nell'avvicinarsi, gettò nel cestino delle immondizie un cartellino con su scritto “780 euro”.
Finalmente si avvicinava all'omino quell'orologio, seguìto da un cartellino con su scritto “1319 €” e dalle mani della commessa. “Meno male che ho portato con me duemila euro in contanti”, pensò l'omino, ma la commessa interruppe la sua contemplazione dicendogli: “questo costa duemila e duecentosei, esclusa l'IVA e le altre tasse, s'intende, e poi bisogna pagare, uh, il... il passaggio di proprietà”. Una lama ghiacciata percorse la schiena dell'omino, il cui sorriso non era più naturale come prima. “Quanto pago in tutto?” chiese timidamente l'omino, dando ad intendere che non voleva solo informarsi del prezzo, ma voleva davvero acquistarlo. La commessa, infastidita da una domanda su un argomento così ovvio, prese a rispondere: “quattromila e ott...”
Fu interrotta da un omone molto alto e ben vestito che disse: “no, il prezzo non è quello, la commessa è inesperta, e si può sbagliare. E poi non ha tenuto conto del prezzo dell'imballo e della consulenza che vi ha già fatto. Dunque, il prezzo è...”
L'omino infilò velocemente la mano destra nell'interno del suo cappotto, per prendere il portafogli, la carta di credito ed il libretto degli assegni. Quell'orologio era fatto per stare sul suo polso! Pazienza se il prezzo è cambiato in modo così crudele e repentino. L'omone disse fiero: “dodicimila ottocentotrenta”, e fece una lunga pausa. Ma mentre l'omino estraeva tutto ciò che aveva portato, pronto a cedere tutto - compreso il cappotto stesso - pur di avere quell'orologio, riapparve il primo commesso a recitare la cantilena: “IVA esclusa, s'intende”, immediatamente ripreso dall'omone: “tasse escluse, s'intende”.
“Ce la posso ancora fare”, disse l'omino con una voce affaticata. Ma dopo averlo osservato mentre firmava assegni su assegni, l'omone tornò a dire, con una voce che suonò beffarda: “chiaramente questo è il prezzo dello scorso anno, a cui bisogna aggiungere il trenta per cento in più a causa della svalutazione e della situazione economica, più le nuove tasse”. “Certamente, certamente” aggiunse il commesso mentre severamente guardava l'omino affannarsi sull'ultimo assegno.
L'omino ripose la penna sul banco e tentò di dare un'ultima occhiata all'orologio della sua vita. Ma non lo vide. La commessa lo stava già riportando in vetrina. Raccolse disordinatamente la pila di assegni ancora freschi di firma, la carta di credito e i contanti, infilò tutto in una tasca del cappotto, e con un ultimo sforzo, avviandosi verso l'uscita, sorrise per nascondere il proprio dolore e disse senza alcuna ironia: “grazie, e buona giornata”.
Aveva già attraversato il viale, e diede ancora un'ultimo sguardo a quella lontana vetrina, e mentre un grosso autobus blu attraversava veloce il viale, gli parve di scorgere una tozza mano riporre il “suo” orologio nuovamente al suo posto in vetrina, con un cartellino che avrebbe giurato essere il “29-22” originale.
Etichette: racconti (11.11.09) Saccenti moralistiQuando parlo di saccenti moralisti intendo coloro che credono di avere l'ineluttabile vocazione a giudicare le pagliuzze del prossimo (trascurando le proprie travi) oltre che la ragguardevole competenza e onestà per farlo.
E quando sento parlare di “regole giustamente rigide” mi viene l'orticaria.
Le regole dovrebbero essere la conseguenza di un buonsenso (“non sorpassare in curva”: esempio di buonsenso). Più esattamente, le “regole” dovrebbero essere un promemoria della legge naturale.
Il rigore delle regole è perciò giustificato solo nella misura in cui è specchio dell'ordine naturale delle cose.
Ma ci sono ambienti in cui la rigidità è vista (leggasi: imposta) come un segno di serietà, senza che le circostanze richiedano veramente tale rigidità.
Si introduca qui Andrea (nome fittizio di persona reale), giunto in giovane età in posizione di comando. Dai suoi stati d'animo dipendono persone che hanno ubbidito per una vita intera, più sagge di lui, più acculturate di lui, più dotate di buon senso di lui, e soprattutto con una lunghissima esperienza su quel lavoro.
Oh, Andrea non è giunto lì senza merito. Anche lui ha sempre mostrato di obbedire. Era un'obbedienza che non gli costava fatica, perché è come se avesse sempre pensato che le cose della vita sono una recita: recitare dolore ad un funerale, recitare entusiasmo quando il capoprogetto parla, recitare attenzione pensosa quando il professore insegna, recitare affetto nei confronti della persona a cui ha deliberato di voler legare la sua vita, recitare l'espressione desolata di fronte ad un incarico non portato a termine.
Sugli sfortunati sottoposti cala pertanto il suo rigorismo e la sua pignoleria. Andrea si meraviglia che gli altri abbiano bisogno di mangiare, quando lui è così frugale nei pasti. Andrea si meraviglia che gli altri abbiano bisogno di ore di riposo e tazzine di caffè quando lui è sempre (iper)attivo. Andrea si meraviglia che i suoi sottoposti possano avere qualche “giornata no” mentre lui è sempre pronto per andare a conquistare il mondo. Andrea si stupisce che gli altri possano arrivare in ritardo, sebbene sappia che i mezzi pubblici ed il traffico cittadino facciano di tutto per inculcare la conoscenza delle leggi di Murphy.
Cala dunque con la dolcezza di una mannaia il rigorismo di Andrea. Che fin dal primo giorno ha fatto di tutto per dimostrarsi un fastidioso estraneo: “da oggi qui molte cose dovranno cambiare”, annunciava perentoriamente, gratificando così i suoi sottoposti di un drastico giudizio sui loro metodi e sui loro risultati ancor prima di conoscerli, mentre recitava un sorriso che comandava a tutti di sorridere.
Le sue “regole giustamente rigide” sono in realtà “regole inutilmente rigide”, anche se hanno tutta l'apparenza di rispettare il Manuale del Modo Migliore Per Fare Questo Lavoro. Quel rigore che chiede, dunque, non è un risultato dell'esperienza ma solo un diverso modo di annunciare: “qui comando io, e mi fido poco di voi, poiché sono convinto che se mi fidassi di voi allora il mio prestigio di comandante ne sarebbe intaccato”.
È stato posto nella condizione di comandare e per questo crede non solo che sia doveroso farlo, ma anche che le sue conoscenze e la sua saggezza siano il punto di partenza e di arrivo di cotanta missione. Recita umiltà, ma è convinto di non aver nulla da imparare e perciò scaccia via con fastidio l'impressione che quei vecchi e rudi lavoratori conoscano i limiti e i metodi di quel preciso mestiere in quel preciso ambiente.
Etichette: parrocchia (10.11.09) Castità apparenteLa tensione verso la virtù è pietra di scandalo per chiunque abbia un po' di farisaica ipocrisia nelle vene.
“Prostitute e peccatori vi precederanno nel Regno dei Cieli”: non tutti, certo, e non già per i loro peccati, ma per la loro capacità di rialzarsi.
Quel versetto sembra suggerire che non è importante quanto si pecca, non è importante quanto frequentemente si pecca, ma è importante la capacità di rialzarsi sempre da qualunque caduta (al punto che vi possono riuscire perfino alcuni elementi di quelle due rinomate categorie).
I farisei misurano i peccati, il Buon Ladrone osa chiedere. I farisei quantificano, giudicano, precisano, magari anche onestamente, anche teologicamente, anche puntigliosamente, e il Buon Ladrone invece osa domandare. Era al posto sbagliato (in croce) nel momento sbagliato (quando Gesù stesso è in croce) e, importuno, osa domandare.
Il Buon Ladrone è in paradiso, è il primo santo canonizzato da Nostro Signore in persona. I farisei stanno ancora contando i loro peccati, e mugugnando, e rimuginando pensosi e corrucciati, convinti che una scientificamente elaborata autoanalisi significhi automaticamente conversione del cuore (hanno sostituito l'esame di coscienza con l'autoanalisi, in modo da superare sempre l'esame).
Mi vengono queste riflessioni perché ho colto (sia pure con un iniziale certo fastidio: in fondo ho anch'io un po' di inquinamento fariseo dentro) qualcosa che non tornava nei miei conti. Una persona che lavora con me, di cui in qualche modo avverto la virtù (non una virtù in particolare, ma una tensione, un modo di essere, una forza: una virtù, appunto), mentre dal profondo del cuore non riesco a fare a meno di chiudere un occhio sulla sua non-virtù.
È come se mi trovassi davanti a qualcuno della stessa pasta del Buon Ladrone. Cioè qualcuno con un dramma dentro e una letizia negli occhi, qualcuno che pur di domandare “ricordati di me quando sarai nel Tuo Regno” mette da parte la lista dei propri peccati, trascura di scandalizzarsi di sé, tralascia di misurare col calibro elettronico i suoi peccatucci e peccatoni, perché quelle cose gli toglierebbero tempo prezioso per osare quella domanda.
Mi vien da pensare che i veri santi siano dei “disperati”, nel senso di pistoleri “disperati” da film spaghetti-western, cioè pronti a tutto, disposti ad ogni sacrificio, sapendo di trovar soddisfazione anche per una sola misera buona cosa. Gente che anela talmente da non aver troppo tempo per mugugnare e rimuginare pensosamente sui propri peccati.
Mendicare Cristo non è arte per gli imborghesiti, ma per quei “disperati”, sempre in tensione, sempre assetati, pronti a domandare a Chi può davvero rispondere, che non hanno tempo di star piegati su sé stessi a filosofeggiare sui propri peccati.
Etichette: parrocchia (9.11.09) Congdon, o della bruttezzaQuando sento parlare di action painting mi vien sempre in mente quella vignetta in cui un pittore tira vigorose secchiate di vernice su una tela commentando, con aria soddisfatta: “questa invece la venderò a ottomila euro”.
Quando sento parlare di William Congdon, ho in mente non il pittore americano, ma l'uomo. E poi la sua vita sofferta, la sua amicizia col don Giussani, e il suo prezioso e concreto contributo ad anime consacrate a Cristo. Penso che quando si è presentato a san Pietro apostolo, probabilmente si è sentito dire: “quei tuoi dipinti sono una cosa orribile, ma il tuo dono a quelli là, il Padrone di casa l'ha visto bene ed era visibilmente contento”.
Quando invece sento qualche sedicente ciellino parlare di Congdon, il più delle volte avverto improvvisi spostamenti all'interno dell'intestino. Era da tempo che volevo dedicare un post sul caso Congdon ma rinviavo sempre perché essudavo troppo turpiloquio.
Ho anche ascoltato panegirici di Congdon, considerazioni su Congdon, spiegazioni di opere di Congdon... Ho perfino un libro con foto di opere di Congdon. Ma dopo quel diluvio di parole, per quanto mi sia sforzato di vedervi qualcosa di bello e di capire cosa ci trovano di bello, mi son sempre parse una bruttura.
Di certo non appartengo all'esiguo numero (poche migliaia su tutto il pianeta, forse anche meno) di persone che sanno davvero capire ed apprezzare quel genere di “arte” (metto virgolettato perché sebbene non siano secchiate di vernice, non mi sembrano tanto “arte”).
Già mi fu improba fatica rimaner serio quando vidi l'immaginetta-ricordino di un novello sacerdote riportare una incomprensibile (ai più) opera di Congdon.
Ma giovedì scorso, quando ho letto distrattamente che il tal eurodeputato ha affisso dei “crocifissi” (sic) congdoniani nell'area dell'europarlamento, ho tanto, tanto, tanto, tanto desiderato assestargli una cattolicissima pedata nel deretano.

Se fossi stato un massone avrei riso rumorosamente, fino alle lacrime, battendo i pugni sul tavolo come nei fumetti di Paperino. Anche per questo non sarò mai massone: non so restare abbastanza serio di fronte agli autogoal di certi cattolici.
Una santa e fragorosa pedata nel deretano, ecco cosa gli ci vuole. Guardate com'è cambiato l'europarlamento:

Addirittura nell'euroascensore dell'eurosede dell'europarlamento, roba da imbratta-muri nella stazione centrale:

Sento già accorrere una folla di “giussanologi” desiderosi di farmi la predica, in nome del divieto di criticare “uno di noi”, oppure in nome del divieto di criticare l'operato altrui gridando “avresti saputo far di meglio?”
Ai primi rispondo che il movimento non è un partito dove tutti sono obbligati a difendere fino alla morte le ridicolaggini eventualmente esternate dai membri del soviet supremo. Il don Giussani ci sfidava a verificare di persona, nella nostra esperienza, ciò che ci insegnava. Ma nonostante quanto abbia potuto dirci sull'arte di Congdon, quelle tele continuo a percepirle brutte.
Ai secondi rispondo di sì: avrei saputo far di meglio poiché tra le immaginette che ho sempre con me c'è sempre qualche crocifisso tradizionale, assai più riconoscibile dell'indicibile opera di Congdon (la quale si presta più ad essere considerata da un pensoso ed attento critico di quello specifico settore artistico, che ad essere sostegno per la preghiera serale della probanda nel monastero).
Insomma: è stato un autogoal fragoroso, di quelli che non si vedono neanche nella partitella dei ministranti - ma che dico! Nemmeno nella partitella delle novizie...
Essere stato l'unico a tentare un gesto del genere non solo non lo onora, ma aggrava il danno: tutto qui il cristianesimo? Una roba intellettual-chic per gente che si picca di gustare questo genere di “arte”? E poi vi lamentate delle “chiese” che vi fate costruire da un Fuksas o un Piano? Tutto lì il crocifisso? Allora d'accordo: togliamo quelli tradizionali dalle aule scolastiche e mettiamo al loro posto opere moderne di Congdon e dei suoi contemporanei... (intanto gli anticlericali più accesi sono ancora lì a rotolarsi sul pavimento per le grasse risate). Quei “crocifissi” di Congdon, perciò, anziché ispirare reazioni, avranno ispirato indifferenza e al più fastidio. Un crocifisso vero avrebbe ispirato un po' di strepito e (Dio non voglia) qualche bestemmia, se non l'evangelico “sei venuto a rovinarci!”
E invece niente. Solo una distratta indifferenza. L'alto gesto (eufemismo per indicare quella reazione scomposta e ingenua) sarà stato apprezzato solo da “cielloti” e “giussanologi” (le deviazioni attivistiche ed intellettualistiche di chi ha capito tutto di don Giussani tranne l'essenziale), che in questi giorni si saranno scambiati fervorini del tipo: solo noi potevamo pensarci (solo noi potevamo eroicamente vincere tre a due contro il Lille), ora sì che all'europarlamento si chiederanno chi fosse l'autore della burla (scusate, “del gesto cristianamente provocatorio”), ora sì che l'identità cristiana è riaffermata nelle sale che contano... ora sì che i crocifissi italiani potranno restare a raccogliere polvere e indifferenza nelle aule scolastiche...
A consolarmi, per fortuna, c'è un commento del poeta Davide Rondoni - esistono ancora ciellini veri, purosangue.
Etichette: movimento (7.11.09) Ci mancava solo questaLa gente non sa apprezzare le cose gratuite.
Se una cosa è gratis, si pensa che non valga niente, che si può buttare, che si è invitati a saccheggiarla quando fa comodo e ad ignorarla quando non serve.
Vien da pensare che se il sacramento della confessione diventasse a pagamento, probabilmente sarebbe più frequentata.
Ma è meglio che non sia così, perché il valore dei soldi è relativo. Dieci euro, per alcuni sono men che spiccioli, per altri sono una somma considerevole.
Etichette: parrocchia (6.11.09) Tokyo Magnitude 8Gradevole serie anime sull'ipotesi (non troppo remota) di un terremoto di intensità 8.0 della scala Richter in Giappone.
Non è una serie del filone catastrofista: tratta l'argomento con delicatezza sufficiente da essere visto anche da bambini (anche se lì in Giappone lo hanno trasmesso in prima visione in orario “da adulti”, in piena notte).
Quel che cerca di insegnare è che in caso di catastrofi naturali, quel che uccide di più è l'incontenibile ondata di paure irrazionali, generalmente dovute al trovarsi in una situazione completamente nuova, senza le comodità della vita (dal frigorifero alla metropolitana, dal telefonino ai servizi igienici funzionanti, dal letto caldo all'abbondanza di acqua ed energia elettrica e tutto il resto) e lontano dalle persone e dalle cose di cui fino al giorno prima era scontata la disponibilità e la compagnia.
Tra le prime scene, quella che più mi ha colpito è stata quando in mezzo agli altri sopravvissuti i protagonisti mangiano una torta con panna e fragole, senza che nessuno dei presenti dia segno di curarsene. Qui in Italia ci sarebbe stato l'arrembaggio all'arma bianca anche per una sola merendina, ognuno con la sua filosoficamente ineccepibile spiegazione in virtù della quale avrebbe diritto almeno al novanta per cento del cibo di cui aveva appena notato l'esistenza. Dev'essere la differenza tra italiani e giapponesi. Una scena come quella, in una fiction nostrana, sarebbe stata derisa e banalizzata (già: differenza culturale tra italiani e giapponesi).
È una serie “non catastrofista” ma realistica, tranne nei punti dove ecciterebbe inutilmente le emozioni dello spettatore. Perciò dico che quel raccontare intende educare senza fare moralismo.
Nel mondo occidentale, in odio al moralismo borghese degli spettacoli “educativi” (avete mai visto qualche film americano degli anni cinquanta?) riesce a concepire solo agglomerati di emozioni, perfino nelle produzioni che vogliono essere intellettuali.
Etichette: giappone (4.11.09) Appunti sull'ultimo film della San CarloAppunto qui alcuni motivi per cui il film Taipei - L'ultimo ponte andrebbe mostrato al mio parroco.
Sacerdoti che invitano giovani a prendere sul serio la propria vita, il proprio futuro. “Se il Signore ti chiama, sarà lui ad aiutarti”: detto da uno che ha già sperimentato questa cosa, non è una predica ma una sfida. Sacerdoti innanzitutto uomini, capaci di commuoversi più per le persone che incontrano - per la loro fede, per la loro storia - che per il risultato delle partite di calcio.
Fa un certo effetto vedere dei taiwanesi fare il segno della croce, mentre in parrocchia pare quasi un gesto per cacciar via le mosche. Fa un certo effetto sentirli capire che la fede non è cimentarsi pensosamente nella lettura della Bibbia tentando di cavarne le leggi da imparare a memoria, perché “la fede è quello che abbiamo imparato insieme”.
Quanti cristiani ci sono voluti perché nascesse Agostino? Perché nascesse Dante? Quei cristiani a Taiwan sono come un primo seme. Una vita intera a riflettere su quella possibilità: “se c'è un posto dove bisogna andare a far conoscere Cristo, è la Cina, perché quelli sono come noi, stanno aspettando la stessa cosa che conosciamo noi, ma nessuno glielo dice” (poi, invece che Cina, è stata Taiwan, ma queste sono quisquilie: quel popolo attende Cristo da seimila anni). Fino a riscoprirsi commossi nel fare la Comunione, perché finalmente qualcuno “glielo ha detto”, cioè glielo ha mostrato di persona, con la propria vita.
Interrogano i ragazzi della scuola “sulle grosse domande che interpellano sempre anche noi”. Cioè non sono andati a vendere un prodotto, non sono andati a riversare addosso ai taiwanesi qualche sterile fiume di parole, poiché quelle stesse domande “interpellano anche noi”.
E quella esperienza si propaga. Come quel giovane che testimoniando la sua fede non ripete un discorso, ma parla di cose “sue”, di cose che sta vivendo. Ed il don Paolo che avverte la “paternità”, perché quel suo “figlio” non è banalmente un suo “clone” ma è uno “generato alla fede”.
Il resto delle scene non le commento, perché sono tantissime le impressioni, talvolta in pochi fotogrammi (come qualche passante incuriosito da ciò che avviene nel cortile del “salone del Signore del Cielo”, come quella foto del giovane sacerdote col suo rettore e con i genitori, come i taiwanesi in ginocchio per il ringraziamento alla Comunione, come quella caffettiera espresso perché lì sono arrivati degli uomini con una storia, una vita...) Etichette: movimento (3.11.09) Gli aerei cadono. Dunque...Sì, ma mi riferisco a quei casi in cui si abusa del concetto di “prevenire è meglio che curare”.
È un concetto adatto a certe situazioni (non puoi conservare un barilotto di polvere da sparo accanto al fornello della cucina; anzi, non ti conviene conservarlo in casa, neppure se in tutta la famiglia non c'è nemmeno un fumatore). Ma non è adatto in altre.
Con la scusa del prevenire si finisce spesso nei sillogismi degli ossessionati: “vuoi prendere l'aereo? Ma gli aerei cadono. Dunque...” Sottinteso: a Lisbona ci puoi andare, ma solo in bici.
“Ma gli aerei cadono?” Sì, non hai sentito la notizia al telegiornale? (non c'è settimana in cui non ci sia una notizia di aereo caduto; poco importa che come sicurezza sia secondo solo al treno).
Questo avviene dappertutto - non solo con gli aerei, ma con tantissime cose (l'esempio dell'aereo è il più facile da illustrare). Ed avviene specialmente sul posto di lavoro.
Le persone più intelligenti “prevengono” quella ossessiva “prevenzione” tacendo e sfumando, fino al limite dell'ipocrisia. Non hanno altra scelta, se si trovano a dover ubbidire ad uno più ignorante e stupido di loro che è giunto al posto di comando per tantissimi motivi tranne i meriti e le capacità.
Etichette: parrocchia (1.11.09) L'imbarazzo per il veder scoperchiati i...Negli anime di produzione giapponese in cui sia presente almeno un pizzico di sentimentalismo, il protagonista si trova frequentemente in situazioni di grande imbarazzo. Pare che sceneggiatori e caratteristi si divertano a comporre le più atroci scene in cui ci si sente umiliati, svergognati, derisi, desiderando sprofondare all'istante. Scene insopportabili in cui il (o la) protagonista vede smascherate le sue mire sentimentali.
Nelle produzioni occidentali queste scene sono rare, sono brevi, e sono semplici figuracce. Negli anime, invece, sono interminabili, sono sempre un crescendo, e per un buon tratto lasciano ancora pensare che ci sia un modo di cavarsela senza troppi danni. Sono più realistici. Sono per gente più intelligente.
Suppongo che chiunque abbia superato l'adolescenza trovi nel proprio curriculum almeno un caso di grande imbarazzo per il veder scoperchiati i propri segreti innamoramenti, i tentativi maldestri e rovinosissimi di rimediare alla figuraccia, e il cervellotico arrovellarsi per lunghissime ore meditando impossibili soluzioni.
Mi viene il sospetto che tutto questo romanticismo, quando non c'era, non inguaiava l'adolescenza a nessuno. Oggi invece inguaia tutti. Ti attira una pregevole donzelletta? Devi fare tutto un ambaradan per farle capire che sei attirato da lei senza che lei ti veda come uno scocciatore. In questa società ipocrita è diventato difficile perfino il corteggiamento...
Etichette: giappone (31.10.09) Rovinato dalla scarsa gratitudine dei suoiQuando avevo quindici anni passavo talvolta qualche ora col figlio dei vicini di casa. Bambino per così dire “intelligente ma problematico”, chiuso in sé, timido e taciturno, tranne quando c'ero io a parlargli di aerei, macchine, grandi impianti industriali. Come quel colossale impianto che avevo visto da piccolo in visita ad una fabbrica e che mi colpì perché -mi dissero- consumava da solo più elettricità di due palazzi abitati dalla prima all'ultima stanza. Immagina che bolletta!
Non si stancava mai di ascoltarmi, addirittura mi imitava nel parlare (perfino nella cadenza), ero per lui un ipse dixit. Per il modo in cui gli parlavo degli aerei già desiderava diventare progettista di aerei o pilota o costruttore di aerei o tutte e tre le cose insieme. Le discussioni - piuttosto, le sue tempeste di domande - si facevano frenetiche quando toccavano argomenti scottanti: perché il mio aereo-giocattolo non può volare? Come fa l'aereo vero ad atterrare così allineato alla pista?
Aveva insomma incontrato un adulto. “Adulto” non è l'età anagrafica, ma la passione per le cose della vita, per conoscere e per creare. Nel mio caso, non la tecnologia ma il modo di descriverla e di sfruttarla. La sfida a trovare le ragioni, il parlarne con qualcuno che si appassiona come te, il poter intuire quasi da solo i concetti di base. Per lui fu una vera scoperta (così come prima lo era stata per me) l'intuire che un aereo durante il volo diventa più leggero perché... consuma il carburante che ha a bordo.
Anche i suoi sembravano adorarmi, se non altro perché i comuni rimedi ai suoi “problemi” (cioè quelli che le mode indicano essere tali) non avevano sortito effetto. Per di più questo vicino di casa funzionava gratis e sembrava non sentirne affatto il peso.
Un giorno la famiglia si trasferì lontano, molto lontano: un paio di chilometri più a nord. Mi sembrò un trasloco improvviso, fui colto di sorpresa. Mi divenne faticoso andare a passare qualche ora da lui e poi avevo i miei grilli per la testa. Quel trasloco fu però qualcosa di più: i suoi non mi accoglievano più come prima. Capii (o forse mi fecero capire) che non ero più gradito. Le mie visite divennero sporadiche, lui chiedeva sempre meno di me. Sospettai perfino di aver commesso qualche grosso errore (il classico parlar di corde in casa dell'impiccato) e di essere stato allontanato per qualcosa che non ricordavo più. Non poteva essere semplicemente il disdicevole ricevere visite da un ex vicino di casa.
Poi, per anni, ognuno per la sua strada, e nemmeno gli auguri di Natale.
A distanza di molto tempo scopro che è su Facebook. Mi guardo bene dal contattarlo. Scopro che ha anche un blog pieno di stupide lamentele su questioni imbecilli. Riconosco il suo nick su forum di gaming e in altrettanto stupidi posti. Sembra che da quando mi allontanarono abbia ripreso la brutta china di prima.
La passione è qualcosa che si trasmette volentieri, è più forte di te, non puoi fare a meno di farne partecipi altri. Purché non siano di quei sordi che si ostinano a non voler sentire.
Aggiornamento: mi ha contattato lui. Sterili saluti, domanda di circostanza (“come va?”) e nient'altro. Passano i giorni e non si fa più vivo. Passano molti giorni e non si fa più vivo. Dopo più di due mesi che ho questa “bozza”, decido di pubblicare questa pagina, certo ormai che non si farà più vivo.
Etichette: tecnologia (30.10.09) Sulla realtà e sul problema di descriverlaIl discorso è lungo ma provo a riassumere.
Evento: Tizio dà una pedata a Caio. Sì, chiamiamolo “evento”: sembra un termine abbastanza neutro.
L'evento si può descrivere con più informazioni; si può per esempio aggiungere che è avvenuto martedì sera verso le 19:10.
Lo abbiamo chiamato “evento” per essere neutrali; prima di parlare di “realtà” dovremmo descriverlo meglio per comprenderne il significato, perché quella pedata poteva essere un metodo per salvargli la vita (per esempio mentre stava scivolando su delle punte acuminate).
Col termine “evento” stavamo parlando di qualcosa di facilmente conoscibile (poche e precise informazioni); la “realtà”, invece, ha tanti fattori che non sempre si vedono tutti insieme e tutti facilmente. E soprattutto, non sempre tali fattori sono come ce li aspettiamo.
Qui entra in gioco “l'interpretazione” della realtà. Persino lo stesso Caio, sebbene abbia avuto salva la vita, potrebbe decidere di essere risentito e adire le vie legali, prospettando un modo migliore e più dignitoso di essere salvato. Ma evitiamo questa digressione.
La realtà non è fatta dalla sua interpretazione. Se io ti do una martellata in testa e poi ti dico che in realtà era una carezza, tu (che sei un essere ragionevole) come reagisci? Il dolore che avverti è reale. E potrebbe essere talmente reale da farti perdere i sensi o addirittura morire, nonostante io e i miei avvocati insistiamo ad interpretare diversamente il mio gesto.
Possono esserci infinite interpretazioni, ed anche le più ovvie si moltiplicano facilmente quando abbiamo una descrizione parziale, per esempio quando la descrizione è in qualche modo emotiva, che fa leva su quanto “pesino” certe parole.
Scommetterei che chiunque, al leggere della “pedata”, avrà subito preso mentalmente le parti del Caio offeso. È un'abitudine che deriva dal fatto che le parole non sono neutre, ma portano spesso con sé un significato, un giudizio, una storia. Guai a parlare di bombe su un aereo (non puoi neppure usarne il senso metaforico: “quell'aranciata era una vera bomba”).
Primo problema: la descrizione della realtà potrebbe non essere accurata.
Secondo problema: l'interlocutore potrebbe non essere onesto (o addirittura non voler essere onesto) nel proporre o nell'accettare la descrizione.
Terzo problema: le parole (lo strumento per descrivere la realtà) portano un peso emotivo che può farne perdere il controllo a chi le utilizza, anche se le utilizza onestamente (al bar si può dire che quell'aranciata era “una vera bomba”, ma in aereo non si può dire).
Etichette: parrocchia (28.10.09) Aprire un blog può essere educativoA suo tempo avevo aperto questo blog per riversarvi pensieri, impressioni, lamentele. Scrivere costringe a riflettere. Dover esporre a persone precise qualche fatto o qualche impressione, ed il doverlo fare per iscritto e con onestà, e sapere che in futuro qualche sconosciuto potrà leggere e aver da ridire, costringe a riflettere.
Se fossi un maestro di novizi, un insegnante-tutore, un padre di figli, chiederei ad ognuno di tenere un blog e di dedicarvi dieci-quindici minuti al giorno. Senza foto, senza commenti, senza imbottire le colonne laterali di quadratini e giocattolini: tutte cose che fanno perdere tempo e che distraggono sia chi scrive, sia chi leggerà.
Tutti blog anonimi, ovviamente. Altrimenti un appunto qualsiasi verrebbe subito banalizzato: penserebbero che l'autore parla così perché sanno che ha tentato quella tal cosa senza riuscirvi, e poi ha già un lavoro e quindi non può capire, e poi abita pure in quella zona dove sono tutti disoccupati e delinquenti, e poi addirittura si chiama Selvaggio Trombetta (e con un nome così brutto dev'essere per forza uno che critica il mondo intero)...
Gli altri strumenti del web non vanno bene perché o richiedono una maggior fatica o sono dispersivi, banalizzanti, stupidi. Il blog può diventare uno strumento per riflettere, per migliorare nell'esprimersi, per osservare con più attenzione la realtà (altrimenti non si è capaci di descriverla).
La stessa forma tipica dei blog di oggi (con i commenti ed imbottiti di gadget) fa perdere tempo, diventa faticosa e pesante. Tenere un blog tematico, poi, è ancora più faticoso. Il social networking è dispersivo e banale. Anche il forum è sconsigliabile, sebbene dia la gradevole impressione di vedere tanta gente interessarsi di quel che ci si va a scrivere: è in realtà sempre dispersivo e spesso banalizzante per lo scarso rapporto tra segnale e rumore e per la sostanziale impossibilità di esprimere qualcosa che diverga dalle opinioni degli amministratori e moderatori.
Perché pubblicare sul web piuttosto che tenere un diario privato? Per dare modo a qualcuno - anche dopo anni, anche se cercava tutt'altro - di leggere quello che hai scritto. Perciò quello che scrivi deve essere ragionevole e interessante anche dopo anni: non deve essere un lista di reazioni. Commentare le notizie del giorno non è mai interessante (tranne alcune rare eccezioni, come nel giorno 11 settembre 2001).
Quello che scrivi deve essere ragionevolmente sintetico e completo. Devi esprimerti in italiano, evitando errori di grammatica, forme arcaiche o espressioni colloquiali. Anche la forma è importante - ed è importante evitare di scadere nel formalismo e nel manierismo. Qualche prezioso accorgimento, solo apparentemente secondario, eviterà di far scappare chi capita sulle tue pagine. Per esempio il separare i paragrafi piuttosto che pubblicare un monoblocco di testo che stanca solo a vederlo da lontano. Oppure l'evitare l'abuso di evidenziazione, di grassetto, di pezzi tutti in maiuscolo, di spazi prima della punteggiatura...
Non è importante che tratti degli argomenti più gettonati o che faccia autoanalisi profonde e complete. Non è neppure importante che sia un blog di successo e che abbia tanti visitatori e tanti complimenti. Paradossalmente, il blog che non cerca successo è quello che dà più soddisfazione all'autore (ed oltre al mio caso potrei indicarne molti altri).
Salvo giustificatissime eccezioni, non più di un post al giorno, per evitare di infilarsi nel circolo vizioso dei momenti (sporadici) di ispirazione, seppellendo il resto dell'anno sotto gli sbadigli. Anche due righe vanno bene, purché comunichino qualcosa che non scompaia nel fracasso mediatico dei giorni successivi. Scrivere bene è il risultato di un'abitudine già acquisita, non un'ispirazione improvvisa e infrequente.
Etichette: me (27.10.09) Ti va di bere qualcosa?
È da un po' che non parlo di animali (forse perché sono troppo preso con le bestie della razza umana...)
Etichette: animali (26.10.09) Ma a che serve un altro blog cattolico?Navigando in rete scopro oltre al bailamme anticattolico una miriade di siti web cattolici. A che mi serve dunque esternare su questo blog?
Questo blog non è la mia “missione”, ma è un mio strumento. Scrivere è rilassante. Costringe a riflettere. Fa migliorare nella maniera di comunicare. Fa raccogliere le idee, suggerisce discussioni, costringe a documentarsi. Induce ad essere onesti e precisi.
Tutto questo, naturalmente, avviene solo se si è cattolici (va bene anche se si è almeno un po' preoccupati di far figuracce di fronte alla verità).
Al contrario, i patetici siti web anticattolici - dove qualche figlio di papà tuona contro la fede, la famiglia, la morale, il buonsenso, pensando di essere originale nel ripetere le più retrive menate di altri - servono solo a dar fondo a tutto il malessere covato dentro. Col risultato, però, di non diventare mai interessanti, mai intelligenti, mai onesti. E di non perdere mai quel malessere.
Con o senza le indicazioni degli ultimi Papi, la presenza cattolica in rete sarebbe esplosa ugualmente. Se un demente qualsiasi può inneggiare alla libertà di sodomia, alla negazione della famiglia, all'affermazione dell'aborto e dell'eutanasia... allora si può utilizzare l'internet anche per fare qualcosa di diverso, per esempio parlare della propria fede, ragionare, descrivere.
Così come i laicisti finiscono per stereotipare i loro blog e siti web alla banale raccolta di articoli in tema (eventualmente con commenti riducibili a “sono d'accordo, purché si vada contro la Chiesa”), così il mondo dei blog e siti web e forum cattolici finisce talvolta per stereotiparsi alla raccolta di materiale cattolico, corrredato di giudizi prefabbricati su “notizie” prefabbricate, cuoricini, santini e amenità varie (in realtà ci sono anche eccellenti controesempi).
Ma è questo ciò che intendevano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI? «Anche se Internet non potrà mai sostituire quell’esperienza profonda di Dio che soltanto il vivere la vita liturgica e sacramentale della Chiesa può offrire, certamente offre un’integrazione e un sostegno unici per coloro che si preparano a incontrare Cristo nella comunità, sostenendo il nuovo credente nel momento iniziale del suo viaggio di fede» (Giovanni Paolo II, XXXVI giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2002).
«Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse sono “tra le cose meravigliose” - “inter mirifica” - che Dio ci ha messo a disposizione per scoprire, usare, far conoscere la verità, anche la verità sulla nostra dignità e sul nostro destino di figli suoi, eredi del suo Regno eterno. Non abbiate paura dell'opposizione del mondo! Gesù ci ha assicurato: “Io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33). [...] Le nuove tecnologie, in particolare, creano ulteriori opportunità per una comunicazione intesa come servizio al governo pastorale e all'organizzazione dei molteplici compiti della comunità cristiana. Si pensi, ad esempio, a come internet non solo fornisca risorse per una maggiore informazione, ma abitui le persone ad una comunicazione interattiva. Molti cristiani stanno già utilizzando in modo creativo questo nuovo strumento, esplorandone le potenzialità nell'evangelizzazione, nell'educazione, nella comunicazione interna, nell'amministrazione e nel governo. Ma a fianco di internet vanno utilizzati altri nuovi media e verificate tutte le possibili valorizzazioni di strumenti tradizionali. Quotidiani e giornali, pubblicazioni di varia natura, televisioni e radio cattoliche rimangono molto utili in un panorama completo della comunicazione ecclesiale» (Giovanni Paolo II, lettera apostolica “Il rapido sviluppo”).
«I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana (cfr Lett. ap. Il rapido sviluppo, 10). [...] Invochiamo lo Spirito Santo, perché non manchino comunicatori coraggiosi e autentici testimoni della verità che, fedeli alla consegna di Cristo e appassionati del messaggio della fede, “sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli” (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Parabole mediatiche, 9 novembre 2002)» (Benedetto XVI, giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2008). Etichette: parrocchia (24.10.09) Testimonianza di una sopravvissuta“Salve, mi chiamo Brandi Lozier. Ho 25 anni e sono una vera sopravvissuta...”
La testimonianza della sopravvissuta all'aborto è qui.
Etichette: parrocchia (23.10.09) Italia magnitudine 8 (racconto thriller brevissimo)- No! Lasciatemi! Voi avete messo in salvo le vostre borsette firmate, i vostri telefonini, i vostri occhiali da sole! Voi vi contentate di quella roba lì, mentre io ho messo in salvo ciò che serve a me! Ognuno si arrangi con ciò che si è portato via dalle macerie! - Dobbiamo sequestrarti tutto. Qui nessuno ha del cibo. Avrai anche tu una piccola parte, sta' tranquillo. - Ma che colpa ho io se voi avete pensato a mettere in salvo creme antirughe, videogiochi e riviste sportive? Siete o non siete responsabili delle vostre azioni? Mangiatevi pure i vostri videogiochi e telefonini, prima che le loro batterie esalino l'ultimo milliampere! Io sono l'unico che ha avuto il buonsenso di portar fuori un po' di cibo, acqua e coperte, e pertanto sono l'unico ad aver diritto di mangiare, bere e dormir caldo! - Taci, ingordo! Un po' di dieta ti farà bene, ne siamo certi tutti. Via, toglietegli anche quell'ultima caramella. Maiale! Guardatelo quant'è grasso, si è ingozzato per una vita intera ed ora vorrebbe farci morir di fame!
Etichette: racconti (22.10.09) Spirto Gentil (ch'entro l'iPod mi rugge)Prima che partisse la collana Spirto Gentil gli editori sapevano che un CD di classica, quando va bene, vende nel migliore dei casi settecento copie, mille nei casi fortunati. Puoi immaginare lo stupore alla Deutsche Grammophon quando si sentirono richiedere una tiratura di diecimila copie per lo Stabat Mater di Pergolesi e dopo due settimane furono costretti a ristamparlo perché era già andato esaurito. E per la cinquantina di CD successivi le vendite sono continuate alla grande (se fosse stato per mera obbedienza, il boom sarebbe finito al terzo o quarto CD; invece era per un'educazione all'ascolto, un'educazione alla bellezza, come oggi solo in Comunione e Liberazione par di vedere: è per questo che si vendono ancora tanto).
In questi anni ho anche regalato qualcuno di quei CD (di proposito ne compravo più copie). Ottenendone però delle maestose delusioni in più di un'occasione.
L'insensibilità alla musica la dice lunga sulla consistenza di un popolo. L'unica cosa che “unisce” il popolo italiano è ormai la partita della nazionale: quello è l'unico livello culturale comune, quello è il risultato della “gloriosa” (si fa per dire) unità d'Italia che tanto sangue italiano è costata ai nostri avi.
Sono stato deluso perché ho scoperto che dopo mille ringraziamenti, la maggioranza dei destinatari di tale dono non si era neppure sforzata di aprire la confezione.
Tra questi c'era un giovane parroco, del quale ho visto il CD dei Responsori raccogliere polvere in multi-strato: confezione tuttora sigillata, e son passate più primavere (cioè più Quaresime, nelle quali si è ostinato a riciclare incessantemente un CD di quelle sfiancanti cantilene di Taizé, che se non hai il magone te lo fanno venire, e se ce l'hai ti fanno venir voglia di sprofondare).
Spirto Gentil ch'entro (l'iPod) mi rugge...!
Etichette: musica (19.10.09) Campar di rendita (racconto thriller brevissimo)- Ma come può farci questo, come può mandarci via proprio dopo il successo di quest'anno? Dev'esserci un altro motivo che non ha il coraggio di... - Speravamo che faceste riflettere, avete fatto ridere. Chiedevamo artisti, siete arrivati voi clown. - Ma noi cantiamo, la gente è contenta, i passanti applaudono... - Sì, ma l'arte e l'intrattenimento sono due cose diverse. Questa non è una festa di paese. - Ma noi siamo speciali, lo dicono tutti, anche sulla Prestigiosa Rivista parlano di noi... - Sì, ma la tradizione e il folclore sono due cose diverse. E sulla Rivista siete stati accontentati solo per la vostra stessa insistenza... - Ma noi... - Ma voi, per dirla tutta, pensate di campar di rendita esibendo le vostre stupidaggini. Sì, in questa vita c'è bisogno anche di divertimento, di intrattenimento. Ma non si può infilare l'intrattenimento dappertutto. Capisce?
Etichette: racconti (18.10.09) Miracolo eucaristico (racconto thriller brevissimo)- Ma insomma, Cardinale! Non la capiamo. Eppure il miracolo è avvenuto tra le sue stesse mani! - Santo Padre, ma è per questo che... cioè, penso che capirà... insomma, santo Padre, io non... - Ma che santo Padre e santo Padre! Le abbiamo già detto che lei è libero di non credervi! Al resto ci penseremo Noi. - Ma santo Padre, sa... la gente, insomma, è un po' fanatica, non capisce... e non sono soltanto io a considerarlo un problema... - Basta, ci ha seccato abbastanza: lei è tutto un problema, dalla testa ai piedi! Vada via e ringrazi il Signore che non la prendiamo a pedate per averci fatto freddare il pranzo. - Mi consenta di dire almeno un'ultima... - Sia telegrafico e soprattutto sia assolutamente franco. - Santo Padre... in tutta franchezza... più che il miracolo eucaristico (ehm, chiamiamolo ancora una volta così solo per brevità)... mi fa problema... - Le fa problema... Allora? Cosa? Il sacramento stesso dell'Eucarestia? - Sant... (il Papa afferra il bastone da passeggio e randella rumorosamente le terga del Cardinale mentre questi tenta di scappare) - Ahi! Ohi! Santo P...ahi! (stanco e sudato, il Papa si rivolge al segretario del cardinale, che è lì ammutolito e atterrito) - Sì, abbiamo deciso di accettare con effetto immediato le dimissioni del Cardinale per gravi motivi di salute; saprà dalla Sala Stampa domattina il nome del successore.
Etichette: racconti (16.10.09) Corso ultra-rapido per la cresima!Il corso ultra-rapido per la cresima era già stato descritto nella pagina a questo link.
Qui sotto, rispondo ad uno dei commenti che mi è giunto in merito, sulla cresima, sui corsi di preparazione, sul battesimo ed altro.
È ovvio che lo scherzo da buontempone per il “corso veloce di cresima” si applica solo ai furbi che vogliono mercanteggiare sulla maniera di ricevere i sacramenti (solo a quella gente lì mi riferivo, e ho provato un insano piacere a prendere per il sedere uno di loro), e ovviamente non si applica per niente a chi invece è in un vero stato di necessità. Sempre con la perplessità su tale “stato di necessità”: di fronte al Signore, cosa giustificherà mai la fretta dovuta a sbadataggine?
Ti dirò di più: per una persona atea in punto di morte, bastano pochissimi minuti per far capire come stanno le cose della fede.
Anzi, pochissimi secondi: proprio come il buon ladrone morto in croce accanto a Gesù.
Ricordo un vecchio film sulla tragica impresa di Umberto Nobile al polo nord.
Mentre Nobile e i suoi avanzano a piedi sui ghiacci in condizioni disperate, uno del gruppo si accorge di non aver più forza per proseguire, cioè si accorge di essere spacciato.
Si sveste, resta nudo (per cedere le sue vesti ai compagni, perché soffrano meno il freddo), ha pochi secondi di vita prima di morire rapidamente assiderato (nudo tra i ghiacci e la tormenta).
Uno dei suoi compagni gli grida: “ma la neve in fondo in fondo è acqua... fatti battezzare! ti battezzo io!” (in condizioni gravi, perfino un ateo può amministrare validamente il battesimo, purché abbia “intenzione di fare quel che fa la Chiesa”, e ripeta i gesti essenziali del rito; questa è la dottrina cattolica, non è una mia opinione).
Quello spacciato e nudo tra i ghiacci insiste: “no, no, sono sempre stato ateo, no” (nessuno può essere battezzato “a forza”; se la sua volontà è rifiutare il battesimo, allora i gesti del sacramento, anche se fatti dal Papa stesso, non hanno effetto; anche questa è dottrina cattolica, non è una mia opinione).
Il suo compagno insiste ancora un poco, ma quello spacciato rifiuta ancora e si lascia morire tra i ghiacci.
Morto senza battesimo. In fin di vita ha avuto la possibilità di farsi battezzare, e ha scelto di rifiutare. Liberissimo di farlo.
Però, se sul significato della vita i cattolici hanno ragione e lui ha torto, allora gli è andata malissimo.
Mi spiego meglio: da “ateo”, non gli costava niente accettare; nel peggiore dei casi, sarebbe stato come avere qualche spruzzo d'acqua e delle parole di conforto. Tutto sulla fiducia (“fiducia”, “fidarsi”, “fides”): battesimo valido, perché non ha rifiutato la divina grazia, non l'ha ostacolata.
A uno che non crede che esista la vita eterna dopo la morte, non costa niente accettare un gesto del genere in punto di morte.
Al contrario, se il cattolicesimo è vero, allora l'aver accettato quel sacramento in punto di morte significa andare in paradiso per l'intera vita eterna.
Ecco il punto: o non ci perdi niente, oppure ci guadagni tutto.
Insomma, in punto di morte, accettare quel sacramento era come accettare di scegliere tra “o pareggi, o vinci”.
Invece no: lui non ha voluto il battesimo, cioè ha scelto di perdere.
Avrà pensato che è meglio una sconfitta sicura subito, che l'impossibilità (per dieci secondi) di prevedere un pareggio o una vittoria.
Poveraccio.
Per il battesimo di quell'ateo non c'era bisogno di un corso di catechesi.
Bastava che lui contasse sull'intenzione di chi lo battezzava.
Bastava che pensasse: “non capisco cos'è il battesimo, non conosco la dottrina cristiana, ma accetto questo gesto fatto in nome della Chiesa, assumendomene tutte le conseguenze”.
Tutto qui.
Quel gesto di fiducia avrebbe abbondantemente sopperito alla (temporanea) mancanza di conoscenza della dottrina.
Dopotutto, al buon ladrone crocifisso con Gesù, non viene mica chiesto un corso intero di preparazione alla fede.
Che ci interessi o no, Cristo ha stabilito la Chiesa perché continuasse la Sua opera.
Che ci piaccia o no, salvo motivatissime eccezioni, per mantenere l'ordine è bene che certe forme siano rispettate (come per l'appunto il “corso di preparazione alla cresima”). Fìdati, te lo dice un nemico giurato della burocrazia clericale, te lo dice un critico spietato delle Riunioni di Parrocchia.
Nella mentalità comune il prete è un banale emettitore di certificati. Anche tu lo consideri tale, visto che per la tua amica stai facendo tanto baccano.
Il battesimo del piccino è visto come una specie di registrazione all'anagrafe. La cresima è vista come una delle tante scocciature necessarie a sfoggiare l'abito da sposa in chiesa. La comunione è vista come un obbligo a cui deve sottostare chiunque partecipi alla Messa. Errori comunissimi, che sono davvero il fondamento di tanta inutile burocrazia ecclesiale.
Se dei sacramenti non te ne importa niente, non dovresti andare a caccia di certificati, non dovresti fare il giro di telefonate per sapere quale parrocchia ha il “corso” di durata più breve, non dovresti aver bisogno di inventare pietose scuse per strappare qualche mini-privilegio per scansarti il necessario ed evitare l'inevitabile.
Etichette: parrocchia (15.10.09) Scarica gratis il film sulla San Carlo
Il film L'ultimo ponte può essere scaricato gratis dal sito web della San Carlo: nella colonna sulla destra c'è la casellina in cui inserire l'indirizzo email con cui ottenere il link per scaricarlo (necessario solo per evitare di intasare subito l'host da cui si scarica).
L'ultimo ponte è in MP4 (circa 106 megabytes), a risoluzione 640×360 (16:9).
Etichette: movimento (14.10.09)
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